Mediazione familiare

La vita: la si comprende guardando indietro, la si vive guardando in avanti.
(Kierkegaard)
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“Arrivano separatamente, entrambi tesi, con un’espressione di disperazione dipinta sul volto. Si siedono in silenzio ai due lati opposti della sala d’aspetto…”
E’ la storia di migliaia di coppie e di tutti coloro che vivono una rottura.
Il solo fatto di amarsi non basta.
E la separazione è l’esperienza umana più dolorosa.
Le coppie si formano sull’incontro di bisogni rimasti irrisolti dentro le rispettive famiglie d’origine.
L’altro sarà colui che avrà il compito di risolvere le condizioni disfunzionali della generazione precedente e quando tale patto non viene adempiuto o viene infranto, la coppia scoppia.
Se il conflitto generato da tale delusione è troppo elevato e il sistema di relazione più significative non riesce a reggerne le conseguenze e a trovarvi soluzioni, essa si rivolgerà a terzi. 
Ma chi sono questi terzi ai quali può rivolgersi?
Quando la coppia è in crisi e vuole tentare di salvarsi allora beneficerà dello strumento della psicoterapia di coppia dove il terapeuta utilizzerà la sua autorità per raggiungere determinati nodi.
Si utilizzerà invece la mediazione familiare quando la coppia ha già scelto la strada del divorzio mentre ci si rivolgerà ad un contesto giuridico-legale quando il conflitto è così elevato da necessitare di un terzo, che a differenza di un mediatore che ha compiti di facilitatore della negoziazione, dovrà sviluppare una valutazione da consegnare poi ad un giudice.
La non mediabilità di una coppia è caratterizzata dalla presenza di disturbi psichici, di inettitudine, di violenza e di uno sbilanciamento di potere all’interno della coppia. Altri due criteri fondamentali di non mediabilità sono: quando ci si trova di fronte a casi dove vi è un legame disperante (quelle coppie che non riescono a separarsi perché continuano a sperare in un cambiamento dell’altro); e quando ci sono famiglie scismatiche che tendono ad escludere totalmente l’altro genitore favorendo l’instaurarsi della sindrome di alienazione genitoriale.
Con queste coppie la mediazione è dannosa poichè il suo fallimento alimenta il senso di impotenza e l’idea di ineluttabilità del conflitto in cui sono coinvolti.
L’impossibilità di accedere alla mediazione non è per sempre, possono verificarsi movimenti all’interno del singolo o della coppia stessa che consentano l’accesso ad un lavoro sul conflitto genitoriale nel rispetto dei bisogni dei singoli e spesso un consulente tecnico può aiutare uno dei partner o entrambi a intraprendere percorsi alternativi di elaborazione che permettono poi l’accesso alla mediazione familiare in un clima di rispetto reciproco nell’obiettivo di donare ai propri figli una genitorialità condivisa.
E’ quindi la qualità della relazione e non l’intensità del conflitto a indicare la mediabilità di una coppia.
Ma cosa è di per sé la mediazione familiare?
Come la Tragedia appare in un tempo di con-fusione per cercare di esprimere e rispondere a una situazione di crisi.
E’ un percorso di aiuto alla famiglia prima durante e dopo il divorzio o la separazione che offre agli ex coniugi un contesto strutturato e protetto, in autonomia dall’ambiente giudiziario (ciò che viene detto non va usato in tribunale), dove poter raggiungere accordi concreti e duraturi su alcune decisioni come l’educazione, le visite, la gestione del tempo libero, la divisione dei beni, ecc…
L’intervento è attuato con entrambi i partner e quando il mediatore lo ritiene necessario anche con i figli riconoscendo loro il ruolo attivo che svolgono all’interno della dinamica familiare.
Il percorso è guidato da un professionista, un terzo neutrale che deve facilitare il raggiungimento degli accordi  tra le due parti contrapposte.
Non utilizzerà la sua autorità sulla famiglia come potrebbe fare un terapeuta familiare riattivando le capacità decisionali bloccate, ma ciò non significa escludere la presenza di processi di elaborazione psicologica della separazione.
L’obiettivo è quello di proteggere la genitorialità e di permettere ai figli di continuare a mantenere vivo l’accesso alle generazioni precedenti. Il tutto partendo da una situazione di separazione e di conflitto.
Il mediatore si troverà di fronte a due monologhi isolati e accusatori, colmi di parole prive di significato dette solo per se stessi e come un traghettatore dovrà favorirà il passaggio da una contrapposizione di posizioni a una maggior collaborazione per generare risorse efficaci. Egli dovrà aiutare i due genitori in conflitto a trovare le soluzioni adeguate per sé e per i figli senza rinunciare totalmente a quella logica antagonista che ha caratterizzato la loro convivenza.
Questo suggerisce come la mediazione familiare sia un esercizio su come partendo dal conflitto e dalla separazione coniugale si possa acquisire una competenza relazionale che permetta di apprendere un nuovo modo di collaborare sul piano genitoriale.
Onde evitare interventi confusivi, si opererà con un mandato preciso e in un contesto specifico: 10-12 incontri della durata di 90-120 minuti nei quali si dovrà:

  • rimuovere le loro difficoltà comunicative durante la trattazione;
  • dilatare la gamma di opzioni da vagliare;
  • tener conto delle specifiche necessità psicoemotive dei partners e dei figli;
  • proporre uno schema orientativo di soluzione delle controversie.

Nel corso degli incontri il professionista potrà coinvolgere o meno i figli stessi, sia per dare accoglienza alla loro sofferenza, sia per conoscere quale comunicazione è stata loro data circa la separazione e ciò aiuterà i genitori a comprendere l’importanza del raggiungimento di un accordo ai fini educativi.
Il mediatore dovrà aiutare i genitori a prendere consapevolezza delle proprie capacità e delle proprie risorse senza fornir loro soluzioni preconfezionate ma, facendo leva sull’amore che nutrono verso i loro figli, dovrà far emergere la capacità di ognuno di assumersi le responsabilità che gli competono in quanto genitore e che sono state attenuate dalla sofferenza legata alla separazione.
Se al termine del percorso di mediazione i genitori avranno appreso come usare quelle differenze, che prima erano fonte di conflitto, come meccanismo propulsore per effettuare le scelte più idonee a una crescita sana dei figli, saranno in grado successivamente di trovare altri accordi senza l’aiuto di un esterno.
Quindi il nucleo centrale del percorso è il come si sono raggiunti gli accordi conclusivi, la stesura dei quali diventa un’occasione per recuperare fiducia nelle proprie capacità e nelle proprie risorse, ma soprattutto un’occasione per percepire che vi è uno spazio interiore per far emergere il dolore senza che questo distrugga tutte le altre aree della vita.

L’approccio sistemico relazionale tiene conto dell’intero sistema familiare proponendo una lettura complessa della dinamica relazionale che ruota attorno al conflitto che è un elemento della vita.
Estende il contesto alla dimensione verticale includendo le tre generazioni e offrendo al mediatore le prospettive per comprendere le dinamiche relative alla formazione della coppia e alla scelta del partner, in quanto non si può pensare di fare un intervento di mediazione familiare senza considerare la dimensione coppia.
Come ci insegna Cigoli, per aiutare ad una coppia genitoriale a superare il conflitto coniugale, occorre investigare e riconoscere quale trauma del legame si sia verificato e quanto territorio esso abbia colpito, ricordando sempre che la mediazione familiare guarda al presente e al futuro, mai al passato.
Interessante a tale proposito la metafora di Aldo Morrone, uno dei padri della mediazione, che ne parla come di un’automobile dalla quale si deve guardare avanti attraverso il parabrezza, ma senza dimenticare di dare spesso un’occhiata agli specchietti retrovisori.
Il lavoro sul trigenerazionale in quelle situazioni più complesse ci spiega perché sia così difficile rinunciare a quella casa o a quegli oggetti a volte apparentemente privi di valore intrinseco, aiutando gli ex coniugi a comprendere ciò che in quel momento è in gioco nel conflitto.
Se alla coppia non è permesso di comprendere il significato simbolico che attribuisce agli oggetti diverrà difficile sciogliere le loro dispute e ci si troverà di fronte a persone apparentemente molto ragionevoli, ma per anni impegnate in liti perché non riescono ad accordarsi.
Ecco l’importanza di trattare la coniugalità nei suoi tre punti:

  • divorzio psichico
  • riappropriazione del legame con la propria storia personale per poter mantenere un sottosistema genitoriale
  • conservazione dei legami con le famiglie estese.

Il contesto di mediazione familiare diventerà un’occasione per la coppia genitoriale di riflettere indirettamente su tematiche che favoriscono una riappropriazione degli elementi della propria storia personale per poter porre le basi per un nuovo assetto relazionale.
Perché anche se non si è più coniugi, genitori si è per sempre.
Un figlio lega per tutta la vita.
Centrale diventa la sopravvivenza del legame genitoriale e parentale soprattutto in seguito alla rottura.
I legami non si tagliano, né si aboliscono, bensì si trasformano, si convertono, assumono altre forme e significati, ma sono eterni.
Dal legame non si può uscire annullandolo, ma è possibile separarsene riconoscendolo per quello che è stato nei suoi aspetti positivi perché anche se è fallito è valsa la pena viverlo. E i figli hanno il diritto di sperimentarsi in relazioni affettive, partendo sì dal disagio per aver vissuto gli effetti di una rottura, ma anche dalla fiducia che tale rottura non segni l’impossibilità di costruire un legame positivo ed affidabile e per far ciò occorre loro assicurare una continuità genitoriale connessa con la capacità di elaborare la perdita, tollerare il dolore ed evitare che fungano da “anestetico relazionale”.
La mediazione diventa uno strumento che lavora su due livelli diversi, ma connessi: si adopera nella protezione della genitorialità e nella salvaguardia del legame con le generazioni precedenti e inoltre ricerca la compatibilità tra cogenitorialità e divorzio psichico in seguito allo scioglimento della relazione di coppia, favorendo aspetti separativi e incoraggiando aspetti di unione.
Ricordando che come insieme ci si lega, insieme ci si separa e che diventare una coppia separata significa impegnarsi di più.

 

BIBLIOGRAFIA

Andolfi (a cura di), 1999, “La crisi di coppia. Una prospettiva sistemico relazionale” Raffaello Cortina Editore
Canevelli, Lucardi, 2008, “La mediazione familiare. Dalla rottura del legame al riconoscimento dell’altro” Universale Bollati Boringhieri
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Cigoli, Galimberti, Mombelli, 1988, “Il legame disperante” Raffaello Cortina Editore
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